Silvia Albertazzi

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Morte di un commosso viaggiatore

di Silvia Albertazzi

Mio zio è morto di cancro a 58 anni, come George. Come George, era magro, aveva il viso lungo e le guance scavate. Però le somiglianze finivano qui. Mio zio non sapeva suonare, non sapeva cantare, non era ricco e neppure famoso. Era un operaio come tanti, talmente uguale a tutti gli altri da risultare indistinguibile, in fabbrica; uno di quelli che stanno alla catena di montaggio e si sentono – e forse per tutti gli altri sono – solo una mano che muove una macchina, sempre lo stesso gesto, sempre la stessa pena, per anni e anni. Mio zio amava l’opera, non il rock, e quando era contento urlava a squarciagola le sue romanze preferite, storpiandole. Era stonatissimo, mio zio, e quando cantava: “Di quella pira, dammene un poco/ un poco solo, una metà”, io immaginavo che la pira fosse un frutto, diverso dalla pera solo per una vocale, oppure un altro cibo medievale per noi sconosciuto. Ci potevi sognare, sulle romanze di mio zio, fare voli di fantasia molto più audaci di quanti mai se ne possano immaginare ascoltando il vecchio George. Ho passato l’infanzia in mondo di enormi farfalle innamorate – ah, i farfalloni amorosi con cui lui deliziava le nostre serate! – e donne mute incapaci di parole e di piacere, che immaginavo, per via di quel loro essere definite “mobili”, simili a robusti cassettoni antichi. Poi venne la sua unica concessione alla musica leggera, una canzoncina che parlava di un tizio cui l’innamorata aveva regalato un pullover, che lui indossava nel gelido inverno per ritrovare il caldo abbraccio della sua donna. E tra pullover, pire, farfalloni e donne-mobili mi perdevo in un mondo di cui solo io e mio zio possedevamo la chiave d’accesso.

Mio zio non si muoveva mai da Bologna. D’inverno, usciva in bicicletta col buio per andare in fabbrica e rientrava pedalando, col buio, a sera. Il sole lo vedeva alla fine della settimana, e ogni volta gli sembrava nuovo, perché da otto giorni prima se l’era già dimenticato. D’estate, quando arrivava agosto e la fabbrica chiudeva per ferie, prendeva su la bici e andava a San Michele in Bosco. Partiva la mattina con le prime luci, finché era fresco, e rientrava verso sera, quando la canicola si mitigava appena un po’, all’imbrunire. Che cosa ci facesse tutto quel tempo sulla collinetta appena fuori porta non l’ho mai capito. Ma ogni giorno si preparava alla sua pedalata quasi fosse il viaggio della sua vita: legava al portapacchi della bici una borsa con un paio di panini, una borraccia d’acqua, un thermos di caffè, un libro e persino qualche rivista. E non mancava mai di portare un impermeabile di nylon, di quelli trasparenti, da stadio, e un berretto per il sole; una matita e un block-notes quadrettato per prendere appunti; un borsellino a scatto per le monete e un fazzoletto da naso pulito, perché non si sa mai. Mio zio non è mai uscito dall’Italia, anzi non è mai stato neanche a Roma e, a pensarci bene, non sono sicura che abbia mai visto neppure Firenze. Però, aveva gli occhi lucidi e gli tremava la voce quando parlava di San Michele in Bosco. Noi tornavamo a settembre dalle nostre vacanze al mare o in montagna, raccontavamo ogni anno di luoghi diversi, di nuovi amici e di nuove esperienze. Lui ci ascoltava sorridendo, magari ogni tanto canticchiava “Non più andrai farfallone amoroso”, a suggerire come per noi, anche per quell’anno il tempo di svolazzare qua e là fosse terminato, e aspettava pazientemente che finissimo i nostri racconti per parlarci, una volta di più, di San Michele in Bosco, della strada assolata e del caldo, dell’ombra e della frescura nel parco. Parlava, parlava e non diceva mai le stesse cose – o forse sì, chi si ricorda, da un anno all’altro? Tanto, quel che contava era il modo in cui lui diceva del santuario e degli alberi, dei panini mangiati e dei libri letti, la gioia che metteva nel racconto. Era come se ogni giorno, per tutto il mese di agosto, avesse fatto meravigliose scoperte pedalando nell’afa bolognese, sostando a sbocconcellare i suoi panini, sfogliando giornali messi da parte lungo tutto l’anno, per essere letti durante le ferie. E come si stupiva di fiori, piante e panorama che pure non erano cambiati dall’agosto precedente né da quello ancora prima, così si lasciava sbalordire da notizie che per tutti noi erano già vecchie, dimenticate. E ce le riferiva, quando ci ritrovavamo dopo l’estate, come piccanti segreti che lui aveva scoperto, fortunosamente, sulla collina. Avevamo cercato più volte di convincerlo a passare le ferie insieme a noi, ma spostarsi proprio non gli interessava. Ci accompagnò in qualche gita, quasi controvoglia, ma non riuscì mai a provare di fronte ai luoghi mai visti prima lo stesso stupore che per lui si accompagnava alla riscoperta, anno dopo anno, di San Michele.

Una volta mi misi in testa di scoprire che cosa lo affascinasse tanto in quel posto: decisi di trascorrerci gli ultimi giorni delle vacanze estive, prima che le scuole riaprissero. Ci arrivavo in autobus, da Piazza Maggiore: mi portavo i panini e i libri come lo zio, e sedevo tra gli alberi a mangiare e leggere, sperando che mi succedesse qualcosa di speciale, come sempre capitava a lui, a ogni ritorno nel Bosco. Ma tornando a casa, verso sera, avevo solo qualche puntura d’insetto in più.

Non si parlava mai di San Michele in Bosco durante l’inverno. L’inverno era Natale, e la neve e la preparazione del pranzo che durava settimane, cominciava con le pinze lasciate a dormire in cima all’armadio e culminava col rito dei tortellini, chi riempie e chi stringe, e io riempivo e lui stringeva, e poi lui riempiva e io stringevo, arrotolando triangolini di pasta farcita attorno all’indice, e intanto ci raccontavamo storie, un’esplosione di storie inanellate attorno a un dito, racchiuse nella sfoglia fresca, un tortellino una storia, una storia un tortellino, un tortellino una storia, ma mai San Michele. Mai. San Michele d’inverno era sepolto sotto la neve: non si riusciva neppure a pensarci. Scomparso. Poi veniva la Befana, con i regali per i bambini, e si tornava a scuola, e veniva il Carnevale e la primavera con la Pasqua. Noi cominciavamo a progettare nuovi viaggi, grandi vacanze, e lo zio ci ascoltava, silenzioso; ogni tanto fischiettava il pullover, per dare un segno di vita. Intanto, dietro la sua poltrona con le orecchie grandi ammucchiava i giornali che avrebbe letto d’agosto, a San Michele.

“Perché non vieni con noi, quest’anno?”, gli chiesi un giorno di fine maggio. Dietro la poltrona John e Paul e Ringo e George aspettavano che lo zio, in agosto, si unisse alla banda del Sergente Pepper, “C’è tanto nel mondo che non puoi trovare a San Michele. Non ti piacerebbe vedere la Val Gardena? O preferiresti la Sardegna?”

“Si possono vedere tante cose anche senza uscire di casa, se è per questo.”, mi rispose, e si allontanò intonando beffardo, “Questa o quella, per me pari sono.”

Cominciai allora a viaggiare il mondo da sola. A Parigi ballai mille volte “Michelle” con un ragazzo bellissimo e al ritorno, in riva al mare, d’agosto, altre mille volte un altro ragazzo mi lasciò piangere stretta a lui sulle note di “Yesterday”. Quando finalmente passai la Manica, i Beatles si erano già sciolti, e George cantava per il Bangladesh, tutto di bianco vestito. Lo vidi su uno schermo dalle parti di Victoria Station, in un Ferragosto inglese, feriale e umidiccio: mio zio, intanto, sputava noccioli d’anguria lungo la china di San Michele, beato nella calura bolognese. Davanti ai miei occhi, estate dopo estate, passarono le grandi capitali; per lui, erano sempre la collina alberata, le quattro panchine lungo il vialetto, la fontana e, su in cima, il santuario e lo spiazzo antistante, col capolinea degli autobus. Lui sedeva sul colle e ripercorreva l’anno trascorso nelle notizie dei suoi vecchi giornali; io sembravo incapace di fermarmi e cercavo sempre qualcosa di nuovo, quello che sarebbe accaduto domani, o il giorno dopo di domani.

Trovai lavoro in un’altra città: adesso, ci vedevamo sempre meno. Avrei voluto che venisse a trovarmi, che si prendesse qualche giorno per stare con me. Gli proposi di passare da me una parte del suo agosto. Rifiutò. Mi parlò delle mattine d’estate, delle lunghe pedalate nel primo sole, delle soste per un sorso d’acqua o di caffè, della salita su per la collina, della gioia dell’arrivo. Mi disse della scelta di un posto all’ombra per leggere, dell’eccitazione nel ritrovare notizie ormai dimenticate nei vecchi giornali. Mi spiegò che sul colle, d’estate, il tempo ha un altro ritmo, e va avanti, e indietro, e torna su stesso e si rigira a spirale seguendo i capricci del pensiero, le sollecitazioni della lettura, il fruscio delle foglie se appena spira, miracolosamente, un alito di vento. Mi confessò che nessun cibo per lui aveva il sapore del panino alla mortadella addentato allo scoccare del mezzogiorno: “Il primo morso deve coincidere con il primo rintocco del campanile; il secondo, è pura poesia.” E dopo mangiato, venivano i sogni del primo pomeriggio, sdraiato all’ombra di un albero. “Solo per quei sogni”, concluse, “vale la pena di tornare a San Michele.”

Io sognavo poco, allora, anzi, non sognavo quasi più. John era stato ammazzato, di George avevo perso le tracce, non ascoltavo più musica: lavoravo, come tutti, e come tutti volevo il massimo, volevo più del massimo, tenendo i piedi ben piantati per terra e la testa sgombra da ogni fantasia. Dentro di me compiangevo un po’ quell’uomo maturo – quasi vecchio mi sembrava, allora – che si aggrappava ai suoi sogni, e solo quelli chiedeva alla vita. “Ancora un paio d’anni e andrò in pensione”, diceva. “E allora, se mi va, andrò a San Michele anche tutti i giorni, quando il tempo è buono. E quando fa freddo mi metterò sotto le coperte, dopo pranzo, e sarà lo stesso, perché quando sei libero dal lavoro, ma proprio libero libero, libero per sempre, puoi dormire quando ti pare e puoi sognare quando vuoi. E’ la macchina che ci ruba i sogni, e poi, almeno i miei, li nasconde a San Michele, sotto gli alberi. Ma quando non avrò più a che fare con la macchina, allora riavrò tutti i miei sogni.” Quali mondi di magia si nascondessero per lui nel bosco sulla collina non riuscivo neppure a immaginarlo: da tempo avevo dimenticato pire e pere, mute e frigide donne-cassapanca e falene giganti in amore. Continuavo a regalargli dischi d’opera a Natale, ma non mi fermavo mai abbastanza dopo il pranzo di famiglia per sentirlo intonare le sue romanze. E anche lui, del resto, cantava sempre meno, perché non c’erano più bambini a ridere delle sue trovate o a fargli buffe domande sulle liriche strampalate che stonava per loro.

Quello dell’83 fu l’ultimo agosto che passò a San Michele in Bosco. Fu anche il suo ultimo agosto di ferie. A ottobre, andò in pensione. Il cancro glielo diagnosticarono a Natale. Anzi, non lo diagnosticarono a lui, ma a noi, e noi non trovammo mai la forza di dirgli la verità. Io ero troppo assente; gli altri, non avevano il coraggio. Passammo gli ultimi mesi a raccontargli bugie. E lui li passò a far finta di crederci. Intanto soffriva, sempre di più, e sempre meno ne comprendeva la ragione: e io non so se riusciva a rifugiarsi nei suoi sogni o se sognava soltanto di poter tornare sulla collina, ancora e ancora. Parlava poco, e quando lo faceva mi chiedevo da dove gli uscisse quel filo di voce: magro, lo era sempre stato, ma adesso era sempre più sottile, ogni giorno che passava gli solcava il viso con una ruga in più. Il tempo scriveva una storia di morte sul suo corpo: gli bastava guardarsi allo specchio per leggere la versione ufficiale del racconto bugiardo con cui noi cercavamo di ingannarlo. Non ci chiese mai, comunque, la verità. E noi, da vigliacchi, non affrontammo mai l’argomento.

Si parla di ‘calvario’, in questi casi, di ‘via crucis’. Per lui fu piuttosto lo spegnersi di una breve candela. Passavo poco da Bologna, allora: tra Natale e Pasqua, una volta, forse due. Seppi della sua condanna davanti al presepe; quando tornai, gliela lessi a chiare lettere in viso. La morte stava prendendo possesso di lui. Il suo aspetto cambiava; un laido ospite abitava il suo corpo. Ho visto sui giornali le ultime fotografie di George, stanco, malato, l’ombra di se stesso, tanto più vecchio dei suoi anni; e ho pensato a mio zio, a come l’avevo ritrovato a Pasqua, un mucchio d’ossa senza colore, scavate di rughe e di sofferenza. Ho odiato i giornalisti che hanno messo insieme servizi televisivi in memoriam raffazzonando immagini dell’ultimo George, il volto ormai una maschera di dolore, malattia, vecchiaia. Perché ricordarlo così? La morte ormai l’aveva invaso, e io non volevo vederla in faccia, mentre si faceva beffe di me deturpando il bel viso di George. Per fortuna, non esistono fotografie degli ultimi mesi di mio zio. Così sono libera di ricordarlo in sella alla sua bici scassata, con le mollette in fondo ai pantaloni e un fazzoletto bianco annodato ai quattro angoli in testa. Così avrei voluto fosse l’immagine sulla sua tomba; qualcun altro, però, preferì una foto tessera seriosa, lo sguardo vuoto tipico della posa imbarazzata dal fotografo, la giacca e la cravatta inusuali, perché è meglio apparire formali sui documenti.

Fu una Pasqua senza resurrezione, quella dell’83. Pasqua di passione, certo, ma senza miracolo. Il Venerdì santo lo ricoverarono per l’ultima volta nell’ospedale sulla collina (un’altra collina, non il ‘suo’ san Michele), in mezzo ai malati terminali. Gli parlammo di ‘qualche complicazione, niente di serio, solo un controllo’. Finse di crederci e si lasciò accompagnare nell’ultimo viaggio. Tutto intorno c’era davvero, come cantava Guccini, ‘odore di primavera’; e dal taxi davvero vedevamo, una dopo l’altra, aprirsi per noi le chiese del centro, a ‘mostrare in viola che il Cristo è morto’. Io pensavo alla vecchia canzone, e la canticchiavo sottovoce, per farmi coraggio. Seduto accanto a me, lo zio, a occhi chiusi, sembrava non ascoltare.

“Venerdì santo, muore il Signore, muori tu amore tra le mie braccia … ” , cantavo piano senza riflettere sulle parole.

“Ma cos’è tutta ‘sta morte?”, sbottò lui, sollevandosi di scatto. “Dai, un po’ di allegria. E l’allegria la vien dai giovani”, concluse canticchiando, stonato, con un filo di voce.

Il tassista si voltò, e sorrise, malinconicamente. Era certo strano vedere quell’uomo, che aveva la fine dipinta sul corpo, intonare a fatica un inno all’allegria.

Di quella Pasqua ricordo solo la solitudine; il suo posto vuoto, a tavola; i nostri silenzi. A Pasquetta entrai in una chiesa, decisa a piegarmi a chiedere aiuto all’unica forza che forse avrebbe ancora potuto sconfiggere la morte. Non sapevo se ci credevo o no. Sapevo solo che non dovevo lasciare nulla di intentato. Sull’altare, il prete leggeva dei discepoli di Emmaus, incapaci di riconoscere il Cristo risorto. Mi resi conto di essere come loro, come Tommaso. Non avrei mai saputo riconoscere un miracolo, se mi fosse passato accanto. Avrei voluto toccare con mano la guarigione di mio zio, la sua resurrezione: non avrei mai capito se la sua fine preludesse, invece, a un nuovo inizio. Come Maria Maddalena, avrei continuato a scambiare Cristo risorto per il giardiniere, o più semplicemente mio zio per un ciclista del mese d’agosto. Davvero ci voleva troppo per scorgere il sacro; forse davvero anch’io volevo vederlo, ma ci voleva troppo: “It takes too long, my Lord …” Così rifiutai di accettare la sua malattia, partii ancora una volta, distrutta, per tornare solo alla notizia della sua morte.

Se ne andò una notte di maggio – anche questo mi sembrò insensato: come si può morire a maggio, a Bologna, e poi proprio di notte, quando le strade hanno un altro profumo, e il vento è tiepido e leggero, e una luce magica, soffusa e dorata, brilla sul rosso dei tetti, sull’arancio dei mattoni? C’era il sole, un sole limpido ma freddo, alla sua sepoltura. Ho pianto quando la bara è stata calata nella fossa. Sapevo che il suo ultimo corpo – quello scheletrico, divorato dalla morte – era là dentro, e andava verso il buio. Piangevo e continuavo a ripetermi che quello dentro alla cassa di mogano non era lui, che lui era partito per l’ultimo suo giro verso la collina, che lui stava da qualche parte nel Bosco di San Michele, e da lì non sarebbe più tornato, perché ci stava troppo bene, perché era lì che desiderava da sempre arrivare, per sempre. Lui pedalava sulla sua bicicletta, ben oltre i sentieri ordinati del camposanto, ben oltre i cancelli del cimitero, là dove aveva nascosto i suoi sogni per ritrovarli ogni anno nel mese di agosto.

Natale coi cioccolatini Fiat, che conservava per mesi in cima all’armadio, nella sua camera, per offrirceli nelle grandi occasioni, e con le letterine di Natale che gli facevamo trovare sotto il piatto noi bambini, tra le lasagne e il cappone, e i sermoni che recitavamo per una piccola mancia, a fine pranzo, in piedi sulle sedie; le domeniche al cinema parrocchiale dove con cento lire c’era un doppio programma: Stanlio e Ollio e Jimmy Stewart; d’inverno, la sua collezione di riviste teatrali da sfogliare per interi pomeriggi, e le pasticche del Re Sole, buone per tutti i mali, incartate una per una nella loro scatolina di metallo, in fondo al suo cassetto; d’estate, il melone messo a rinfrescare nel lavandino, perché in bagno l’acqua era più fresca; e poi la scatola da scarpe dove raccoglieva programmi di passate stagioni operistiche; i 78 giri del Quartetto Cetra e i 45 di plastica colorata che regalava la Cera Grey e i primi long playing, Paul Anka italiano, Neil Sedaka italiano; e ancora, le sorprese trovate nel detersivo e le raccolte interminabili di punti Mira Lanza, cui partecipava tutta la famiglia; Zurlì, Mago del giovedì e Richetto, il bambino pestifero, e “nel bosco c’è un funghetto” e “le piccole storie che girano nel mondo” e Giovanna la nonna del corsaro Nero e Ivanhoe e i piselli sbucciati alla luce del televisore per risparmiare energia elettrica e “una marcia in fa” e un carnevale passato a letto con l’influenza in cui lui arrivò con i croccanti comperati alla fiera e un sacco di figurine per completare la mia raccolta e Il Corriere dei Piccoli tutte le settimane, per anni, anni e anni … Tutto questo aveva lasciato, estate dopo estate, sotto gli alberi di San Michele. Tutto questo avrebbe ritrovato, per sempre, in fondo al suo ultimo viaggio.

Senza oltrepassare la soglia di casa

Posso conoscere tutte le cose della terra,

Senza guardare fuori dalla finestra

Posso conoscere le vie del cielo.

Più si viaggia lontano, meno si conosce.

Questi versi non li ha scritti mio zio – anche se l’ha portato con sé tutti quegli anni nelle sue escursioni agostane, il suo blocchetto quadrettato è rimasto intonso, i fogli puliti, e la matita ben temperata. Questi sono versi di George Harrison, e si trovano in una canzone dedicata alla luce interiore che ci consente di “arrivare senza aver viaggiato/ vedere tutto senza aver guardato.” Seguendo quella luce, mio zio tutte le estati arrivava al di là delle nuvole, passando per San Michele in Bosco. Poi, quando se n’è andato, quella luce l’ha portata con sé. E il mio mondo di viaggi lontani e giornate alla finestra, il mio mondo di mille soglie oltrepassate e da oltrepassare, è rimasto al buio.

link all’editore del racconto di silvia

Silvia Albertazzi

Poesie da La casa di via Azzurra, Kolibris, 2010.

La casa di Via Azzurra

Lo vedi, esistono sul serio i pettirossi

non ti aveva fregato la maestra

che ti parlava in terza elementare.

E gli alberi mettono foglie a primavera

e fiori nascono così, da un giorno all’altro.

E’ proprio vero: gli uccelli hanno un nido

e ci tornano alla fine della corsa.

Ci son voluti vent’anni e un po’ d’amore

perché vedessi dal vivo la lezione.

E a tuo figlio quanti anni ci vorranno

per dare un senso alla primavera

che mai vedrà dalla casa di via Azzurra

(casa da servi, con l’entrata sul retro

senza posto neppur per una culla)?

Vent’anni dopo

Continuiamo a stringerci le mani

persi dentro a un dipinto di Magritte –

d’improvviso, il cielo sotto i piedi

e le nuvole contro le montagne.

Ed è sempre un’assurda notte lattea

e non sai se cammini oppure voli:

ci stringiamo, per esser meno soli;

ci crediamo, perché non resta altro.

 

Per Lele

Hai già incontrato

Jack

Sulla strada del Cielo

E Greg

Con la bomba nel cuore

E Allen

Dall’urlo straziante?

Ti aspettavano,

Dimmi,

Ai cancelli di perla?

Nessuno più aspetta

Me,

Oggi,

Sotto il cedro che piega

La pioggia di fine novembre.

link all’editore kolibris

 

Silvia Albertazzi

Poesie da Magenta è il colore dei ricordi, La vita felice, Milano, 2014.

Quadri dal sottosuolo

1. “Home” di David Hockney

Il tempo mi rincorre,

mi tormenta,

mi soffoca

e blandisce.

Va avanti,

la vita,

e poi ritorna indietro.

E fermarla, magari per mezz’ora?

E’ sempre vuota

la poltrona

poggiata contro la finestra

spalancata sul mondo,

sempre le tende vaporose,

sempre l’invito a tornare

sui quei cuscini –

o abbandonarli per fare altre scoperte.

Ma il tempo passa,

non parto e non ritorno.

Un tè profumato

– no sugar no milk

la poltrona di Hockney.

Nessun futuro

in questo presente;

nessun passato

che me lo distrugga.

Lasciatemi in cantina ancora un po’.

2. La visita di Silvestro Lega

Sul letto di Flori

due ragazze dallo scialletto nero

baciavano la padrona di casa,

sulla porta del cascinale,

in un grigio meriggio d’autunno.

A seconda dei giorni e delle lune,

l’altra donna, più anziana,

che le seguiva distante

– forse la madre, o una parente

quasi spuntata dalle nebbie

e dai colori mesti di stagione –

– bruni, marroni, grigi, verdi spenti, ocra –

mi attirava

o mi inquietava,

o forse solo m’infastidiva.

Credevo le due giovani

fossero mia nonna e una sorella,

in visita a qualche zia ormai defunta,

accompagnate,

in lontananza,

dalla loro madre,

quella bisnonna Augusta

che mi spaventava

per la sua magrezza.

Ho poi sognato di essere io

una di quelle giovani,

che mi parevano

così belle,

sottili,

eleganti

nei loro vestiti ottocenteschi.

Nonna Teresa diventava

la donna in lontananza,

le somigliava persino

qualche volta.

Avrei voluto far parte

di quel mondo,

leggere all’aperto,

cucire tra le rose,

sorbire il tè sotto il pergolato,

o stare al fresco,

tra il verde,

a sorvegliare i bimbi addormentati,

come in un quadro di Silvestro Lega.

Ho finito col diventare un’altra donna,

un animale da città,

che non ha mai provato

le gioie di quel gineceo

ottocentesco.

Sono la donna

che arriva ultima,

quando le altre hanno smesso ormai

i saluti,

testimone che guarda,

ritrae e si ritira,

senza prender parte attiva alla scena.

Ma col suo sguardo ferma

quel momento,

perché non diventi vita non vissuta

una vita che passa inosservata.

 

 

E allora ascolto Jannacci

E allora ascolto Jannacci

ma non posso farlo a occhi asciutti.

Jannacci è la Milano che volevo

bambina

e la Bologna che avevo

e non mi piaceva.

Jannacci è mio zio che scherzava su niente

prima di metter giudizio.

E’ Floriano che inciampava negli anni

e un giorno è caduto

per non più rialzarsi.

E’ me che facevo la figlia di ferroviere

e poi la poiana

che non se ne vuole andare

– piuttosto si fa ammazzare.

E in via Azzurra io e te sapevamo

che la vita era solo un bidone

da far rotolare più giù.

Chissà se ti ricordi, Tommaso,

come ridevi del vescovo

che addentava la mano del sacrista?

(e io piangevo, invece, come

l’uomo di via Lomellina –

ero forse balorda, magari un malore …)

Oggi anch’io il foulard non lo metto più

ma la fabbrica non la conosco

– è svanita, con Flori e col nonno,

con le tute stirate di fresco

e appese alla porta del bagno.

Vincenzina dell’Accademia

sbalzata per sbaglio tra i ricchi

di cultura e anche di soldi

sono qui all’Università una di quelli

che lavorano sodo da sempre

non hanno ancora finito

e non sanno che cavolo fanno.

(Zero a zero anche ieri

‘sto Bologna qui

‘sto Diamanti che ormai

non mi gioca più…)

E anche oggi piove

e aspetto l’autobus

come Pedro Pedreiro

e come sua moglie

che aspetta

un bambino

che aspetterà.

La sera è fatta di gocce di pioggia

Signore, pietà di me che salgo sul bus

e lungo il tragitto sogno

la pioviggine sugl’irti colli

mentre passa la vita che oggi

sa di fango, d’acqua, di niente.

Tutto qui, che la notte è vicina.

Ecco,

tutto qui.

Magenta è il colore dei ricordi 

Magenta è il colore dei ricordi 
come nelle foto di via Azzurra
che guardo stasera
per farmi del male.
Niente neve neanche quest’anno.
Non sarà bianco il nostro Natale.
Dimmi dov’è la strada
che porta alla fine del giorno.
Ho le mani piene di nebbia,
pieni di fumo, gli occhi.
Ben Shahn ha sostituito
 
il mio Hockney
sul muro della cantina.
Ci sono tre musicisti
– contrabbasso violino chitarra –
 
che suonano senza guardarmi.
La cornice è azzurro lucente
the colour of memory and dreams
Azzurro è lo sfondo
azzurre le pieghe
 
sulle tute dei musicisti.
Four piece orchestra.
Ma qual è il quarto pezzo?
– contrabbasso chitarra violino –
Solo quando inforco gli occhiali
scopro anche l’armonica a bocca
che la sera della vigilia
 
suona come una ciaramella.
Magenta è il contrabbasso
che ritma il pulsar dei ricordi.
E il violino ha “suono di casa,
suono di culla,
 
suono del nostro, dolce e passato,
pianger di nulla”.

link Poesie da Magenta è il colore dei ricordi, La vita felice, Milano, 2014.

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