Matteo Rimi

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AL DESTARSI

di Matteo Rimi

lettura e performance poetica

presso

Caffellatte

5 novembre 2014 ore 21.00

Canzone Maledetta

(NOTA DI SCENA: leggo in piedi accanto alla sola lampadina accesa. Appena finita la poesia, prima di sedermi, colpisco delicatamente la lampadina che continua ad oscillare nel completo silenzio. Solo dopo un minuto ca. si potranno accendere le altre lampadine)

un giorno lo farò

mi getterò

o l t r e

la soglia

del nulla

e nulla sarò

di scindibile bellezza

mi vestirò, per seguire strade

non toccatemi in sorte

– la cera sgocciola via –

Amore, ti salverò

sussurrami ancora

ti prego

un giorno nulla sarò

nulla sarà stato

scherzo ben strano tutto questo

– chi ci crederà

quando lo racconterò? –

chi strapperà il giogo

della dannazione

alla mia mano precaria

Amore, ti salverò …

sussurrami ancora …

ti vedo

Piace

non sono fatto per gli andamenti

del mercato

a me piace andarmene per le strade

per la campagna

a carpire le voci infinite

dell’infinita natura

non sono fatto per le pubbliche

relazioni

a me piace assaporare un incontro

facendo tesoro di ogni attimo

e gesto

di ognuno

non sono fatto per le grandi

decisioni

a me piace osservare il cielo

i segni che nel giorno

si disseminano

per scegliere ad ogni respiro

dove inspirerò

non sono fatto per l’onore

per la gloria

per accumular ricchezze

a me piace leggere

scrivere

oziare

passare il mio tempo

in una bestemmia occidentale

non producendo-consumando

che l’immensa energia

di questo dono chiamato

vita

appoggiato sull’auto di fronte a (Firenze) coperta di nebbia

un mare di nebbia

su quello che non c’è

più

il Sole per

noi aggrappati

in alto

bianca oscurità

su un mondo immaginato

mi sento libero

sto pensando:

cosa sarà là sotto?

segreto

di un mare sconosciuto

intanto un clacson

mi ricorda

da dove vengo

laggiù

a nuotare

in altra nebbia

e mi sento

come il primo pesce

che toccò terra

anello mancante

dell’evoluzione

un mare di nebbia

mi bagnerà

qui è scura

come neve sporca

ma sotto

il Sole

brilla

come tesoro da scoprire

agli aerei

ronzando

vicini mosconi

grido “fermi!

cessate il circolare

della vostra attesa!”

non c’è niente

là sotto

più

niente

Favale

(scritta pensando alle vicende della poetessa cinquecentesca Isabella Mora ed alla terra che accolse la sua breve e sventurata vita, la dedico alla designazione di Matera quale Capitale della cultura 2019)

Isabella

la poesia

che ti mise in catene

ti rese libera e immortale

nulla poterono i tuoi fratelli

che la vita non filtrasse

tra quei versi

ma provarono a schiacciarti

monti contro ad un mare

dimenticato

una terra che

come poeta

nasconde i suoi gioielli

ad occhi svagati

lucana sei

selvaggia e bellissima

ostica e affascinante

scansata da chi

cerca nomi più alti

e anch’io

perdente anch’io

nelle mie vittorie

niente contro i superbi

anch’io

lucano

sono

Valsinni, 17 agosto 2012

Quello che resta

la notte si spande

umida

sui vetri

gocce

esitanti

rigano

l’iride

stanchi

i respiri si accavallano

ed è questo quello che resta

i volti si muovono a scatti

impacciati gli arti si stendono

si attardano

gli occhi

ad incontrarsi

perché consci

di quello che vedrai

ed è questo quello che resta

strali solcano l’anima

indicibili i pensieri

si

parano

davanti

assumono posizioni grottesche

ti scherniscono

con i loro atteggiamenti

non riesci a pronunciare parola

ma queste escono nitidamente

!no hay màs lagrimas!

ed è questo quello che resta

A Fagiolino

(NOTA DI SCENA: leggerò mentre, in una clessidra al mio fianco, si esaurirà la polvere nella parte superiore)

piccolo

quasi inascoltato

sussurro

della vita creata

che crea

presenza

essenza in potenza

somma di silenzi

già a tirar le fila

di esistenze disperse

ma materni orecchi

non avvertiranno

il ritmico pulsare

ché già scappò

questo soffio

come sabbia

sul marciapiede

spazzato via

dal vento

tu non udrai il canto del mondo

né l’urlo dell’umanità

non assaggerai il frutto del Sole

né il freddo della notte

tu non conoscerai il libro dell’uomo

né il fascino dei sensi

non assaporerai la vergogna della vittoria

né il premio della sconfitta

non canterai le poesie della natura

né la prosa dell’asfalto

non conoscerai l’amore

anche se

l’amore sa già di te

a noi

tuoi giovani genitori

il compito di raccontarti tutto

Alla radio

(Alla fine della lettura si diffonderà per qualche secondo il tipico rumore della radio mentre si cerca una stazione)

non ascolti le parole

fatte di nero inchiostro

terse di sudore

ti attrae il ritmo

-abusato trucchetto-

e cerchi larghe platee

non stilli goccia a goccia

preferisci ubriacarti

masso dopo masso

a tirar tutto giù

non odi le parole

e usi il ritmo

per spazzarti la stanza

A LA MANIERA ANTIQUA

(Scritti di getto dopo una pesantissima sessione di studio per l’esame universitario di LETTERATURA ITALIANA I, ho deciso di includere questi componimenti nella lettura avendo piacere ad immaginarmi Francesco Petrarca, che me li ha inculcati, camminare più di 700 anni fa per questa strada che già allora esisteva con il nome, nel tratto da Via della Pergola a Via dei Servi, di via del Ciliegio)

I.

Discorrendo un dì su li poeti antiqui

sovviemmi un questio di non facile solvenza

-Deh!- mi dissi, – tra i meritevoli e li iniqui,

niun ce n’è che non dica una scemenza!-.

Nel bramar indarno di spillar luce dalle ombre

dimenticonsi ignavi di qual era il loro posto

e tra il cantar gioioso e li squilli delle trombe

celebrarono la scorza e non il nettare nascosto.

Ma uomini pur sempre erano e come tali ragionavano,

incastrati tra sillabe costrette e codici cifrati,

a pesar imparonso li sogni e i desideri

ma sordi d’interno e davanti agl’occhi l’ebano

a studiar piegati i poeti laureati

alzonsi il guardo, mironno solo i Canzonieri.

II.

Lo reo destino (a tutti sovviene)

non mira dell’om il gaudimento

ma si rivela come un contin tormento

che toglie al mortal qual si voglia speme.

Sì che sforzacci a pregare

un Dio nascosto ch’a niun si rivela

a Lui rivolta d’ognun la preghiera

maggiora il potere, di men l’ascoltare.

S’indi più vai cercando

convienti ivi fermar

che solo il ver i’ ti rivelo:

se vuoi canoscer perché creonsi il mondo

(co’ suoi stupiti lochi, la natura, il mar),

i’ ti dico c’è per lo godimen terreno.

III.

Subìto c’ho la sorte e li malvagi umani

diviensi duro come da Vulcan mano forgiato,

sordo a’ sospir, odio chi m’ha amato,

mi proteggo, ritrandomi, da d’Amor gli strali.

Soffrir ognun è dato, chi vive in questo stato,

d’amor non ricambiato o miseramente perso

ma io, tra tutti il più diverso,

piango tapino un amor che non c’è stato.

Al fin incontro te che mi rubasti l’alma

con li modi gentili e occhi magneti

ed ora son tuo che tu lo voglia o meno.

Tu, che il mio duro abbattesti senza arma,

tu, che il mio io bellamente cheti,

tu, morir mi fai, della migliore, sul tuo seno.

Non avevo capito

(letta per la prima volta lo scorso 8 marzo durante l’evento SCARPE ROSSE in piazza Bartali, tratta il tragico tema della violenza sulle donne concentrandosi sul senso di incapacità culturale che questi

uomini” hanno)

(NOTA DI SCENA: leggo in piedi ma mi accuccio progressivamente, ripiegandomi su me stesso. Solo all’ultimo verso torno in posizione eretta)

non avevo capito

l’amore

che penetra

ogni anfratto

che parla

ogni tua lingua

prima di conoscere

te

creatura

unica e archetipica

primordiale e sofisticata

tu

che andasti ad occupare

spazi

che non sapevo

vuoti

non avevo capito

quanto difficile

fosse

parlare

o solo esserci

simultaneamente

se ciò che

hai fatto

fino a qui

è mettere sagome

dove ci sono

persone

quanto difficile

fosse

non sentirsi offesi

della diversità

non avevo capito

quanto a fondo

arrivano

i tuoi battiti

e con che forza

tellurica

risalgano

lasciandomi nudo

scoprendomi i nervi

svelandomi non pronto

a così tanta

vita

non avevo capito

quanti me

avrei perso

con così tanto

dolore

per essere

fronte a te

per rampicarsi

a ritroso

fino alla prima

volta

non avevo capito”

vuoto balbettìo

di chi

oppresso dal peso

di un’anima disciolta

di greve membra

percosso ormai

dall’ineluso

può solo risalire

ANIMALI

(3 componimenti su alcuni tra gli altri inquilini di questa terra ai quali sono personalmente affezionato)

Felino se

felino essere

Fellini tesse

femmineo tessere

fallito tre sere

se Lino lesse

se Timo mosse

settimo messe

sentinelle se

se lendine mise

se la Dina rise

seratina triste

serotonina desta

la sinistra destra

l’animo rimesta

la sindrome sta

la Sindone adesca

la sirena fresca

fa sì che cresca

farsi carezza

false credenze

falene assenze

falliche presenze

fa lenze tessere

fa Lina tessere

felino essere

Volano

certi poeti

invaghiti dal volo

invischiati dal verso

di uccelli libranti

cantano allodole

e pettirossi

o si immedesimano in albatross

o raminghi passeri

in preda a quell’illusione

propria degli animi

lirici

di poter essere ascoltati

da una sola

unica

fibra

dell’indifferente universo

ma gli uccelli non sono

che impulsi viventi

e non scorrono

tra versi e rime

ché il loro è il volo

da un posto all’altro

o la fuga schiamazzante

(canto soave)

da minacciosi predatori

ed io non mi farò incantare

non concederò agli uccelli

la minima porzione

del mio cuore

perché loro è il cielo e

come spesso accade

non serve ad altro

che per spostare

i loro culi volanti

dalla cima di un monumento

alla mia auto parcheggiata

solo concedo loro

la mia invidia

ed il mio disprezzo

per l’indifferenza che hanno

nel volare sopra tutti noi

la freddezza nell’osservare

quanto piccolo possa sembrare

il nostro mondo

ad esseri pur piccoli

soliti solcatori

di traiettorie segnate

con abitudine strade

che sorprenderebbero

il più razionale degli uomini

se avessi io le ali,

sai che sensazioni?

mi sentirei libero e superiore

e riconsidererei

quest’accozzaglia d’umanità

col giusto posto che avrebbe

nella mia prospettiva volante

e rifletterei

con straziante attenzione

su quale monumento o testa

o auto

far planare

il mio grosso culo

volante

Ode al pipistrello

strano essere mi dicono

quando tendo gli occhi alla notte

che cerchi” mi chiedono

un pipistrello, il mio pipistrello

compagno nella lotta estiva alle zanzare

sorrido al presentarsi del suo volo incerto

rivedo i suoi simili apparire e scomparire

dalle isole di luce in serate

insieme ad amici sbiaditi

scambio ancora lo sguardo con il loro, vitreo

dal soffitto di una caverna con un padre

stillante ancora fiducia

intenerisco ai miei figli in costume

che avvertono il fascino di un nostro

compagno complementare

strano essere l’uomo

che cerca il come e il quando

che studia il volo del pipistrello

il suo metodo di caccia

le sue abitudini

ma è il perché a non domandarsi

se soffrirebbe a non ricevere parola

la Natura non chiede domande né risposte

ma porta i suoi figli sulla loro strada

e chissà quanti voli falliti

per il mio curioso vicino

quante membrane non funzionali

quanti orecchi inutilmente spaziosi

studia, l’uomo, e non affronta le sue paure

mantiene nomi latini ai coinquilini

ma ancora strilla

ad uno sbattere non soave di ali

strano essere il pipistrello

ma forse lui pensa lo stesso di me

ingombrante presenza semovente

che discontinua il suo volo

ostacola la sua caccia

con quegli inutili arti

privi di membrane in alto

appena lo vede apparire

Al destarsi

(scritta per l’occasione, dà il nome all’intera lettura)

(NOTA DI SCENA: alla lettura degli ultimi versi mi dovrebbe essere appoggiata davanti una tazza vuota che rappresenta il caffellatte)

ora che

il risveglio

ha il sapore

del fiele

di giorni

maldigeriti

su sogni

già svaniti

ed incubi

sempre nell’aria

al mattino

i pensieri

si affollano

affannati

si posano

su gesti maledetti

azioni mancate

sembro

ancor basse

difese

avere

contro il brutto

sbuffante

da dentro me

subdole

indoli

mi assediano

feroci

le mie

per forza

indifese

braccia

queste braccia

quelle braccia

mi issavano

al primo raggio

che sapevo mio

e spalancavano

la tavola imbandita

quelle braccia

che chiusero

la porta

su noi tre

sgocciolanti

quelle braccia

non stillano

più

dolcezza

al mattino

lo preparo

da solo

il caffellatte

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