Isacco Turina

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Patria

Ho qualcosa da dire questa sera

su una patria sommersa dove solo

i mai nati non portano colpe.

Paese, corpo esangue che trascina

una coda pesante e gloriosa,

come un cane morente ora ricordi

l’odore del primo mercato,

le verdure schiacciate sull’asfalto

e il liquame che scende nei tombini

mentre ovunque rimbomba mezzogiorno.

Ma la lingua d’Europa

si disseta nel sale. Per le strade

ho seguito un corteo di carnevale

che cresceva a ogni passo. Dalle case

correvano fuori le madri, i figli

eternamente in braccio con i compiti

di scuola non finiti.

Nel centro si tuffavano i suicidi

per non morire più se non di risa

e ciascuno incontrava nella folla

un parente alcolizzato

e un padre sconfitto. È tutto un incubo,

scherzavano. Dal cielo ci piovevano

soldi e santini da bruciare

perché non si spegnesse l’allegria.

La colpa è di chi non festeggia,

cantavamo passando

accanto ai cimiteri e agli ospedali

dove nei grandi dormitori russano

e delirano i malati a migliaia.

Ho seguito il corteo fino al mattino,

finché la pioggia è ritornata pioggia

e i volti delle madri stanchi e soli.

Paese, terra sbiadita, come un colle

dopo la mietitura

piangi l’eclisse dei tuoi girasoli.

***

Sepolto vivo in mezzo ai tuoi oggetti

e vivo è dire molto, forse acceso –

conosci la vergogna d’invecchiare

fra schermi sempre nuovi che non sanno

di te e non ti accarezzano

come tu fai con loro. Rannicchiato

in un antro di caverna

dove scorrono immagini insensate

sei ormai la quantità trascurabile

di ogni realtà.

Io è stato sbucciato

dalla polpa del mondo. Io

è morto con la lirica di un tempo,

vegliato dalle primule di plastica,

stecchito sul divano comperato

con i suoi straordinari. Non cercate

nel cosmo, è tutto inutile: non c’è vita

nemmeno sulla terra.

I naufraghi

Nei giorni estremi mi piscerò addosso,

ma per ora mio cesso è la città.”

I capelli bruciati,

le teste enormi chine sui corpi esili,

campo di girasoli a fine agosto.

Solo i naufraghi conoscono il mare.

Voi che poggiate sulla nave

e credete a una destinazione,

come potete ancora lavorare?

Ho capito il lavoro quando ho visto

mia madre uscire dal supermercato,

l’acqua in una mano,

nell’altra i pesci.”

Le donne delle pulizie

Più nere delle loro ombre

sul linoleum e dell’acqua

che rimestano nei secchi,

ma ancora più grandi che nere,

nelle eclissi di neon

spingono lo straccio

sui battiscopa umidi di luna.

Ho bussato alle loro bocche,

ma nessuna risposta le abitava.

Lavorano come onde scure.

Quando tra le ginocchia delle città

si erigeranno nuovi panteon,

non dimenticate le nere

pulitrici. E l’infuso di lavoro

che rimestano nei secchi

sarà come acqua benedetta,

il decotto delle nostre radici.

A Hölderlin

Solo i folli rimangono giovani.

Chi ha piegato la lama nel manico

non la vedrà mai arrugginire.

Eppure crescere fu doloroso:

ogni giorno estirpava una radice

alla nostra terra bagnata.

Chi può desiderarlo? Solo un folle,

sentendosi canale, si distende

a pregare anni di siccità

perché la sua acqua salga verso l’alto.

Ha allargato le braccia il crocifisso

e non passa le porte della chiesa.

Al maestro di olivi e di battaglie,

al maestro sempre giovane

una gabbia partorì le prime ali.

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