Claudia De Venuto

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Esce il mio numero

Esce il mio numero, mi dico, allora gioco

tutte le volte

punto sull’essere e dire ma non so giocare

fare balletti non spaventare gli astanti

tutte le volte

il numero abbaglia diventa maiuscolo si allarga

mi pare debba uscire al primo giro

non è scientifico, diventa animale

chiedo carte le gioco assieme confondo le puntate.

Tutte le volte

perdo.

Dolersene

Per quanto si possa non dolersene

me ne dolgo

pure se altrove fischietto,

canto e rido.

Per quanto si possa dolersene

sforzo le marce al piacere

che si porti tutti

all’inferno.

Tempo di valigie, lo insegnava

Mary Poppins.

Tempo di smontare, montare,

rismontare, rimontare.

Sforzo il pulsare nelle vene

che monta, monta,

smonta pensili e armadi.

Preparo altre cene,

sgonfio il cuore

che esplode e non deve.

Non c’è che la tua solitudine

in questa piazza troppo abitata.

Incontro l’assenza il grido un morso allo stomaco

preda d’umori.

Un carico di mele marce nella mia stiva

e l’inverno alle porte.

Ventitré

Ventitré devono essere anni caldi

increduli finché si sogna

con gli occhi azzurri che dividete e per unirvi.

Si finisce per conoscervi

sapervi per altre memorie

portarvi addosso ogni giorno,

come gioielli d’affezione.

Poi sull’asfalto o la terra, per proiettile o per pala

schizzati via

un pellegrinaggio per le madri senza pianto

coraggiose si lasciano

partorire

e raccolgono sale dal mare.

(a Carlo Giuliani e Rachel Corrie)

Non mai controvoglia

Non mai controvoglia suona

a vuoto di cuore

inutile battere a sliding doors gusci di noce

pace semplice non c’è

fra gli attrezzi di casa

né aghi che cuciano buchi e vestiti nuovi

non sono balli di maschere

e fiati tuoi tra le righe

e il microfono

stare non stare stato, fuit

e non c’è colla di pesce né mastice da scarpe

per passi che non si conoscono.

Non chiedete sforzi

costa troppa fatica,

domanda assertiva

che snoccioli alla tua incertezza.

Qui non c’è più spazio per le madri,

per le ragazze indaffarate agli orli delle cose

o a truccare motori immobili.

Navigare

Che guardando io non sappia vedere

è il motivetto di tutta la vita,

cecità che mi coglie sul più bello.

La notte infatti sgrano

il marrone sul bianco dei muri

e guardo con fiducia.

Arrivano mostri: di te non vedo nulla.

Ci sono l’angelo di carbone

con lo scopacessi

e si alternano in bassezze d’animo,

io agito i pugni rabbiosa

o come un mare calmo li accolgo

e ne spengo i tizzoni.

Tutto il repertorio dall’assomoir

al santone indiano

mi si snocciola di fronte

nella rappresentazione.

Questo profilo basso non mi tiene,

nulla più mi incanta.

Sgrano gli occhi e non trovo stupore,

non mi stupisce il bene,

guardo il mare come una striscia

di terra lontana.

Magari sono morta:

qualcosa cancellando i segni

mi ha detto ciao.

Ciao ciao.

Nelle mie notti segna sogni

l’aver sognato è un grave indizio

sullo stato delle pulizie.

Nemmeno l’autoipnosi tentata

dal cestello della lavatrice,

neanche l’ottundersi la mente

che si arrotoli pure in libertà

mi leva la morte dai sogni.

Non rinascono i sogni?

Nemmeno questo mi angoscia.

io e non più io stanno fifty fifty,

la mia barca non teme il mare

e galleggia in tempesta

e alla risacca.

Navigare è un gesto forte

e bisogna imparare, il marinaio

ha perduto la purezza,

l’animo sognante, il suono della conchiglia.

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